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Mario Dell’Arco

Mario Dell’Arco (1905-1996)

Er pane de Genzano

Acqua de fonte e sale,

farina de frumento,

lèvito naturale:

l’impasto è pronto.

Legna de sottobosco de castagno

già scoppietta e sfavilla drento ar forno:

tonna, croccante, jotta

fiorisce a punta d’arba la pagnotta.

«Sor Peppe, sora Nanna e sora Betta»

s’ariccommanna san Gregorio Magno:

«Pane cotto d’un giorno

e er sangue scorre mejo in ogni vena».

Intanto er Santo affetta

e magna a bocca piena.

Er dio der pane è er Sole:

bacia la spiga verde e la fa oro.

Cinzia è la dea:

dea-luna che inargenta

la notte der fornaro.

Sia bruno o bionno,

unico ar monno er pane de Genzano:

un pane-fiore, fiore da Infiorata.

Pane educato.

Ammollo ar caffellatte

e la famija intorno,

dice a tutti «bongiorno».

Ammalappena

er desco è apparecchiato

a la luce der vino,

dice«bonpranzo», dice «bonacena». 

Pane educato, pane affortunato.

A qualunquora

abbasta una carezza

d’ajo e d’ojo e de sale

su la fetta de pane abbrustolita

e viè fora gradita la bruschetta.

Odor de pane,

pane de Genzano.

Grazzie, Signore,

Grazzie der «pane nostro quotidiano».

Mario dell’Arco nome scelto per firmare le sue opere letterarie è stato un architetto e poeta italiano.

È riconosciuto come il massimo poeta romanesco del Novecento insieme a Trilussa. Pier Paolo Pasolini proponeva per di più un collegamento diretto col grandissimo Belli: “l’aura metafisica di dell’Arco è trasposta tutta su un piano di puro gioco verbale, presupposto da uno stesso fondo cattolico che concede al Belli la violenza del sacrilegio, a dell’Arco il gioco dell’intelligenza”. Il “caso dell’Arco” nasce nel 1946, quando Antonio Baldini, nella premessa all’opera prima, inserisce il nuovo poeta romanesco in un panorama che coinvolgeva personaggi diversissimi come Dante, Pontano, Borromini, Belli, Mallarmé, Pascoli, Palazzeschi e Govoni.

Mario dell’Arco è morto a Roma il 3 aprile 1996. 

Si era ritirato nel 1966 a Genzano di Roma, ed ebbe la grande soddisfazione della concessione della cittadinanza onoraria da parte del Comune di Genzano di Roma , o come lo stesso poeta amava chiamare Genzano dell’infiorata.